Shinshu, Mino e San'in — le tre popolazioni da cui discende ogni Shiba Inu
Prima della Seconda Guerra Mondiale, non esisteva “lo Shiba Inu” come lo conosciamo oggi. Esistevano tre popolazioni regionali di cani da caccia, ciascuna modellata da secoli di isolamento geografico nelle montagne giapponesi: lo Shinshu dalla Prefettura di Nagano, il Mino dalla Prefettura di Gifu, e il San’in dalle Prefetture di Tottori e Shimane. Non erano razze allevate secondo un programma: erano landrace — popolazioni locali rese uniformi dall’ambiente, non dalla mano dell’uomo. Fu solo nel XX secolo che gli studiosi giapponesi le riconobbero, le classificarono, e dopo la quasi-estinzione della razza nel dopoguerra le fusero in un’unica razza standardizzata — lo Shiba Inu moderno.
Cani del posto, non razze da allevamento
Per secoli, nelle vallate montane del Giappone, cacciatori e contadini tenevano cani piccoli e agili per la caccia di piccola selvaggina e uccelli nel sottobosco. Nessuno “selezionava” questi cani nel senso moderno del termine — nessun programma riproduttivo, nessuno standard scritto, nessun pedigree. Erano 地犬 (ji-inu), letteralmente “cani del posto”: si accoppiavano tra loro all’interno della stessa area, le montagne facevano da barriera naturale, e nel tempo ogni popolazione locale diventava omogenea.
La selezione che c’era non era intenzionale ma funzionale: il cacciatore teneva il cane che cacciava bene, che resisteva al freddo, che non si ammalava. I cani meno adatti morivano o non venivano tenuti. È selezione, ma è selezione ambientale e pratica — molto diversa dal lavoro mirato su morfologia e temperamento che la cinofilia moderna pratica oggi.
Il risultato era che chi viaggiava dal nord-est al centro del Giappone incontrava cani visibilmente diversi — più grandi o più piccoli, rossi profondi o neri focati, con code arricciate o a falcetto, con o senza la schiaritura chiara sul ventre. Erano tutti “Shiba” — piccoli cani da caccia delle montagne — ma erano tre popolazioni distinte con caratteristiche proprie, modellate ognuna dal proprio ambiente.
Lo Shinshu — i cani di Nagano
I cani che oggi chiamiamo Shinshu provenivano dalla Prefettura di Nagano, nel cuore delle Alpi giapponesi. Erano i più piccoli e compatti delle tre popolazioni, con un sottopelo solido e denso — adattamento al clima rigido dell’alta montagna — e un mantello di guardia fitto. A differenza dello Shiba moderno, avevano occhi rotondi piuttosto che triangolari, e portavano la coda a falcetto invece della caratteristica coda arricciata.
Lo Shinshu è la popolazione che ha contribuito di più allo Shiba moderno, per una ragione tanto pratica quanto tragica: fu la varietà con il maggior numero di sopravvissuti dopo la guerra. Mentre Mino e San’in furono quasi completamente spazzati via, più Shinshu sopravvissero nei villaggi montani isolati di Nagano — protetti proprio da quell’isolamento geografico che li aveva resi una popolazione distinta.
È dalla linea Shinshu che discende Naka Go, il cane comunemente considerato il padre dello Shiba moderno e fondatore della celebre linea Akaishi. Ma la sua genealogia riserva una sorpresa.
Naka Go — il padre dello Shiba moderno che non era Shinshu
La storia ufficiale racconta che la ricostruzione postbellica dello Shiba si basò prevalentemente sulla linea Shinshu. È vero, ma è incompleto.
La genealogia di Naka Go, documentata dalla Nippo stessa, rivela che il “fondatore” dello Shiba moderno era in realtà figlio di incroci tra popolazioni diverse:
Il suo antenato più celebre è Ishi Go, un Sekishu Ken — cane della regione San’in — scoperto nel 1936 a Masuda City, nella Prefettura di Shimane. La Nippo lo definisce “il padre del moderno Shiba Inu” — e non è un’esagerazione, perché da lui discende l’intera ricostruzione della razza.
Ishi Go fu accoppiato con Koro Go, una cagna proveniente da Shikoku — un’altra isola, sangue completamente esterno alle tre popolazioni. Da questo incrocio nacque Aka Go. Aka Go fu poi accoppiato con Hana Go da Tottori (sangue San’in), producendo Beniko Go, e separatamente con Meigetsu Go, una ji-inu — cagna di villaggio locale, senza pedigree registrato — producendo Akani Go.
Da Akani Go e Beniko Go nacque Naka Go.
Cosa ci dice questa genealogia? Che Naka Go portava sangue San’in (Ishi Go da Shimane, Hana Go da Tottori), sangue Shikoku (Koro Go), e sangue di cani locali non registrati (Meigetsu Go). Era “Shinshu” per il luogo dove viveva e veniva allevato, ma il suo DNA era già un incrocio delle diverse popolazioni native giapponesi. La purezza della “linea Shinshu” è, fin dalle origini, un mito — la fusione era già iniziata prima della guerra.
Naka Go morì il 23 dicembre 1963. Il suo patrimonio genetico è presente, secondo le stime, nell’80% degli Shiba Inu moderni. Da lui discende la linea Akaishi, e da quella, attraverso il celebre Hakuba No Gen (nato da un accoppiamento padre-figlia che concentrò le linee fondatrici), la linea Gen — il cui nipote Azumi No Take vinse il Best in Show al Grand National Nippo del 1984.
Il Mino — il mogano di Gifu
I cani della Prefettura di Gifu, nel centro del Giappone, erano immediatamente riconoscibili per tre caratteristiche che li distinguevano nettamente dagli Shinshu.
Il colore era un mogano intenso e profondo — un rosso molto più scuro e saturo di quello dello Shiba moderno, che i giapponesi descrivevano come “sashige” (rosso sporco). Ironicamente, quel colore che definiva il Mino è considerato un difetto nello Shiba moderno, dove si preferisce un rosso più brillante e luminoso.
Gli occhi erano marroni profondi e di forma rettangolare — non triangolari come nello standard attuale — e le orecchie erano spesse e “carnose”, diverse dalle orecchie sottili e appuntite dello Shiba di oggi.
Ma il tratto più significativo era l’assenza dell’urajiro — la schiaritura bianco-crema su muso, petto e pancia che oggi consideriamo tratto essenziale dello Shiba. Il Mino non ce l’aveva. Questo dettaglio racconta molto: l’urajiro che oggi riteniamo “tipico della razza” proviene prevalentemente dalla popolazione Shinshu, non dalle altre due.
Il Mino ha il suo registro separato e alcuni esemplari vengono occasionalmente presentati ai Nippo Show a scopo educativo, ma la Nippo non lo riconosce come razza distinta. Come popolazione pura è considerato estinto — il suo patrimonio genetico vive nei tratti che ha trasmesso allo Shiba moderno.
Il San’in — il grande nero del nord-est
I cani delle Prefetture di Tottori e Shimane, nella regione nord-orientale dell’isola principale, erano i più grandi delle tre popolazioni — significativamente più grossi dello Shiba moderno — con un aspetto e un temperamento che li differenziavano marcatamente dagli altri due.
Il colore predominante era il nero focato — un mantello comunemente scuro, a volte pezzato. Come il Mino, il San’in non aveva l’urajiro. Aveva però uno stop ben definito (la rientranza tra fronte e muso) che si ritrova nello Shiba moderno — una delle sue eredità più riconoscibili.
Il temperamento era decisamente più focoso e indipendente degli altri due — una caratteristica che, secondo molti, è passata allo Shiba moderno e ne definisce il carattere inconfondibile. Analisi del DNA recenti hanno suggerito connessioni genetiche con il Jindo coreano, il che avrebbe senso geograficamente: le prefetture di Tottori e Shimane si affacciano sul Mar del Giappone, di fronte alla penisola coreana.
Il San’in è anche la popolazione di Ishi Go — il cane da cui discende Naka Go e, attraverso di lui, la quasi totalità degli Shiba moderni. Il paradosso è evidente: la popolazione che ha dato il fondatore genetico della razza è anche quella di cui si sa meno e di cui restano meno tracce come varietà distinta.
La scoperta, la catastrofe, la fusione
Negli anni ‘20 del Novecento, la cinofilia giapponese iniziò a strutturarsi. Nel 1928 fu fondata la Nippo (Nihon Ken Hozonkai) con l’obiettivo di preservare le razze canine native dall’incrocio con le razze occidentali, sempre più diffuse dopo l’apertura del Giappone durante l’era Meiji. Nel 1936, lo Shiba fu designato “Monumento Naturale” — una protezione che ne riconosceva il valore culturale.
Per la prima volta, qualcuno guardava a questi cani di villaggio non come strumenti da caccia ma come patrimonio da preservare. Tre studiosi si dedicarono ciascuno a una delle tre popolazioni: Masuzo Ozaki studiava il San’in, Tatsuo Nakajo lo Shinshu, e Masayu Ishikawa il Mino. Il progetto era ambizioso: documentare, proteggere e preservare le tre varietà come patrimoni distinti.
La guerra cancellò quel progetto in pochi anni. I bombardamenti, la carestia e l’epidemia di cimurro che seguì decimarono la popolazione canina giapponese. Mino e San’in furono ridotti a pochissimi esemplari. Solo lo Shinshu sopravvisse in numeri sufficienti — ma “sufficienti” è un termine relativo: anche lo Shinshu era sull’orlo dell’estinzione.
Non c’era più il lusso di preservare tre popolazioni separate. I pochi sopravvissuti delle tre varietà vennero incrociati tra loro — Shinshu con San’in, San’in con Mino — per salvare il salvabile. La diversità genetica era così ridotta che anche cani come Korotama Go Hakkakusou, un pinto nero-focato esteticamente fuori standard ma con un coefficiente di consanguineità dello 0%, fu usato come riproduttore perché il suo sangue fresco era troppo prezioso per essere scartato.
Da questa fusione forzata nacque lo Shiba Inu moderno — un cane che non è né Shinshu, né Mino, né San’in, ma il prodotto della loro unione. Lo standard moderno, scritto sulla base di questa nuova realtà, prese prevalentemente dallo Shinshu (taglia, sottopelo, urajiro) ma incorporò tratti delle altre due popolazioni (lo stop definito del San’in, la robustezza del Mino).
Da cani di villaggio a razza mondiale
La storia dello Shiba Inu è una storia di trasformazione: da cani di villaggio senza nome né pedigree, modellati dalla montagna e dalla necessità, a razza riconosciuta e protetta come monumento naturale, a razza quasi estinta, a razza ricreata dalla fusione dei sopravvissuti, a una delle razze più popolari del mondo.
I tratti delle tre popolazioni originali emergono ancora oggi. Un allevatore esperto riconosce le diverse influenze nei soggetti che produce: un rosso particolarmente profondo e saturo richiama il Mino; una struttura più robusta e uno stop pronunciato ricordano il San’in; la compattezza, il sottopelo denso e l’urajiro ben definito sono eredità Shinshu.
Conoscere questa storia non è esercizio accademico — è uno strumento. Chi alleva Shiba Inu oggi lavora con un patrimonio genetico che porta in sé i segni di tre popolazioni diverse, una quasi-estinzione, incroci forzati tra sopravvissuti, e ottant’anni di selezione moderna che ha cercato di armonizzare tutto questo in un unico standard. Ogni cucciolo che nasce porta in sé le tracce di questa storia — sta all’allevatore saperle leggere.
Riferimenti
- Nihon Ken Hozonkai (NIPPO). “History of the Shiba Inu.” nihonken-hozonkai.or.jp/en/history/ — genealogia ufficiale di Naka Go e dei cani fondatori.
- Database genealogico: shibapedigree.com
- National Purebred Dog Day. “Mino, San’in, and Shinshu” e “The Four Shibas.” nationalpurebreddogday.com — caratteristiche delle tre varietà originali.
- Temple-Okami. “L’histoire moderne du Shiba Inu.” temple-okami.com — dettagli sulla linea Gen e Hakuba No Gen.
- Standard Nippo (Nihon Ken Standard & Commentary), aggiornato primavera 2024 — nihonken-hozonkai.or.jp